Quanto costa un franchising?

negozioUn amico mi ha inviato un link interessante. Un ragazzo da poco lauerato ha pensato di prendere alcune informazioni per avviare un negosio in franchising, dato che disponeva di un locale (comperato dai genitori) da adibire a negozio.

E’ interessante notare gli investimenti necessari per aprire un punto vendita, e paragonarli con i costi di avvio e di gestione di un’attività di network marketing seria come Amway.

A voi le conclusioni:

Mi presento: mi sono laureato nel 2002, ho qualche esperienza lavorativa alle spalle e in tasca un gruzzolo di 80-100 mila euro da far fruttare. Qualche anno fa i miei genitori avevano acquistato un negozio di circa 80 metri quadrati, con due vetrine, in una zona semicentrale di Milano. Ora che sono disoccupato, invece di metterlo a reddito, lo useremo per crearmi una professione: diventerò il titolare di un punto vendita in franchising. Le mie intenzioni, naturalmente, non sono sincere: si tratta di una «prova su strada» per capire quanto debba investire chi punta su questo business, quali siano le condizioni di ingresso e quelle più o meno occulte, e quali le richieste e la solidità dei piccoli e grandi gruppi che propongono un’affiliazione commerciale spesso dipinta come alternativa alla mancanza di lavoro.
Ecco il report di una settimana di colloqui telefonici e di incontri. Il motivetto della chiamata in attesa (Domeniche d’agosto di Gigi D’Alessio) tradisce subito l’identità partenopea del marchio Fergi: nata a Nola nel 1986, l’azienda produce e distribuisce borse, valigie e accessori di pelletteria, con una trentina di negozi di proprietà e 120 affiliati.
Sembra un buon punto di partenza per la «prova su strada» di Economy. E la voce giovane e femminile che mi accoglie all’altro capo del telefono (numero verde: 800-925200) conferma l’impressione iniziale: «Grazie per aver soppesato (sic!) la possibilità di unirsi al gruppo» dice. Poi, senza perdere tempo, m’illustra nei particolari condizioni e spese di adesione: «Le serve un negozio di almeno 70 metri quadrati. Noi preferiamo aree centrali o semicentrali di grande passaggio, ma andrebbe bene anche un centro commerciale. In questo momento forse la seconda soluzione è più semplice ed economica».
Quando rispondo che ho già un immobile con quelle caratteristiche, mi propone di fissare subito un appuntamento con il responsabile di zona, per valutare la fattibilità del progetto. Sì, ma i costi? «L’investimento iniziale è al massimo di 60 mila euro, e al contrario di quasi tutti gli altri marchi moda in franchising, non avrà royalty da pagare sul venduto». Fergi, che affare!
YAMAMAY, 100 MILA PER COMINCIARE. Anche Yamamay, brand leader nell’intimo (gruppo Cimmino), mi propone un contratto senza royalty: «Paga solo quel che compra, e il nostro sistema di gestione ordini di solito assicura pochi resi» dice un addetto del numero verde franchising (800-286858). La durata minima del contratto di affiliazione è di cinque anni, durante i quali mi assicurano che l’investimento pubblicitario – tutto a spese della casa madre – crescerà moltissimo, garantendo appeal alle mie vetrine. Quello che cambia è l’importo per iniziare: tra i 100 e i 120 mila euro, esclusa la cifra necessaria a rilevare il negozio. Ma il fatturato medio annuo dei 460 affiliati italiani, come informa il sito web della società, è più alto: circa 450 mila euro l’anno.
MONDO BAMBINO VUOLE IL 3%. Faccio un ultimo tentativo nel campo dell’abbigliamento, ma questa volta punto sui prodotti per l’infanzia, settore che gli esperti di marketing definiscono in crescita. Il call center di Mondo Bambino (0331/835899) è il più rapido a richiamarmi. Uno dei responsabili mi dà appuntamento al Salone del franchising di Milano: «Solo chi tocca con mano capisce che, per qualità dei prodotti e tipo di servizio offerto, siamo un gradino sopra ai concorrenti» dichiara.
Poi mi illustra nel dettaglio la proposta: contratto d’ingresso da 6.500 euro, durata minima dell’accordo fissata a cinque anni, tre tipologie di investimento iniziale (ce n’è anche una a costo zero). In cambio, la casa madre riscuoterà il 3% delle mie entrate mensili lorde, somma dalla quale potrò detrarre eventuali investimenti pubblicitari fatti in proprio.
FOCACCIA LIGURE, PIATTO RICCO. Cambio fronte. Mollare tutto per aprire un takeway di focaccia, si sa, è il sogno di ogni genovese emigrato a Milano (come me, nella realtà). Per questo tra le proposte legate alla ristorazione mi colpisce quella di Focaccia ligure e non solo…, che promette bassi investimenti iniziali e un ottimo ritorno economico, anche in tempi brevi.
Fabio Colombo, il responsabile franchising (0331/576729), non risponde al telefono da Recco o Camogli, ma da un ufficio di Rescaldina, nel Milanese. Peccato. «Si può partire con un investimento minimo, dai 35 mila euro in su, che comprende anche la fee di affiliazione», spiega. «Per chi acquista un’esclusiva di zona le royalty sono fisse: 300 euro mensili più Iva. Una formula che premia chi riesce a fare volumi alti. E le assicuro che non è difficile: arriva un momento della giornata in cui tutti bramano un pezzo di focaccia». Non sarò certo io a dargli torto.
BURGER KING, IL VERO RE È LUI. La location è una delle fissazioni di Burger King, il secondo marchio della ristorazione al quale mi rivolgo solleticato dal claim pubblicitario: «Apri un Burger King in franchising, prima che lo facciano altri al posto tuo». Non esiste un numero verde, ma lo sportello virtuale al quale mi rivolgo (franchising@burgerking.it) risponde in appena mezza giornata, dandomi tutte le informazioni che cercavo e invitandomi a riscrivere per fissare un incontro con Vittorio Tuninetti, il manager che vigila sui 45 affiliati italiani della catena. Ma decido di non proseguire: il marchio è forte, è vero, e il ricavo annuo medio dei punti vendita già aperti è di 1,2 milioni. Ma gli investimenti richiesti non sono da poco.
Mi servono, nell’ordine: un locale di almeno 200-250 metri quadri, possibilmente in prossimità del centro o all’interno di un grande mall; 500-600 mila euro di investimento, dei quali almeno il 40% in contanti, più il 10% dei miei ricavi, metà per le royalty e metà per il fondo pubblicità al quale partecipano tutti i franchisee. Il contratto durerà 20 anni, durante i quali qualsiasi cosa entrerà nel locale, dalle sedie al ketchup, dovrà essere acquistata da fornitori autorizzati dalla casa madre.
SOLO BROCHURE. «Buongiorno, sono Claudia, mi dica subito dove ha trovato il nostro numero»: mi accoglie così il call center di VentaSun, la catena di centri abbronzatura del gruppo Ventaglio che conta 52 punti vendita, tutti in franchising (02/46754496). Al telefono non riesco a ottenere molte informazioni, ma se lascio il mio indirizzo riceverò una brochure.
Tra le aziende che si sono riservate di inviarmi la proposta commerciale direttamente a casa o per e-mail, ci sono anche Vitamin Store (integratori alimentari e prodotti per il benessere, 02/92112835) e Dam, alla quale va la palma d’oro per il messaggio più accatttivante: «Garantiamo per scritto un guadagno immediato entro 7 giorni dall’investimento iniziale, in un settore a rapidissima espansione». Avrei voluto chiedere come fanno, visto che il loro business non è proprio tra i più frequentati: produzione e distribuzione di strumenti per il settore dentale. Al numero verde (800/275172) mi rassicurano: «Il fatturato viene scritto nero su bianco».
EUROCITY, 700 EURO AL METRO QUADRATO. Ancora più allettanti le condizioni offerte da un altro marchio nato e cresciuto con la crisi economica, quell’Eurocity che dal 2003 ha invaso le città con 120 punti vendita (90 in franchising) all’insegna dello slogan «Tutto a un euro». «Nonostante i prezzi di vendita, i margini sono buoni perché l’assortimento della merce è rinnovato ogni settimana e le consegne sono dirette» spiegano dall’ufficio franchising di Treviso (0422/916124). Anche l’entità dell’investimento è variabile: meno è grande il negozio, meno si spenderà: la spesa media, circa 700 euro al metro quadro, comprende gli arredi forniti dalla casa madre e non sono previste royalty.

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